Chi sono
annarosa.mattei@gmail.com
anna_mattei@yahoo.it
Scrivere una nota biografica fa sempre riflettere sulla quantità di dati ed esperienze che si affollano nella mente per essere smistati. E anche sulla necessità di essere brevi, anche quando non c’è nessun limite, come in questo caso. Cosa si può raccontare della propria vita? Una specie di cursus honorum in cui si riassumono i propri natali, la formazione, l’attività lavorativa, le pubblicazioni, e così via, secondo lo schema inesorabile delle alette dei libri? Sarebbe più o meno così: nasce nel tal posto, studia nel tal altro, vive nella tale città, scrive i tali libri – se scrive… – e così via. “E tutto il resto? Gli amori, gli affetti, gli amici, per esempio?” esclamerei a questo punto. “Allora scrivi un libro!” direbbe qualcuno annoiato “anche se non se ne può più di libri autobiografici!”. “Ma tra i libri e la vita il confine è sottile” direi io, lieta in qualche modo di aprire una discussione su un tema che mi appassiona. “Anzi” aggiungerei “un libro è fatto per una metà di tanti altri libri e per un’altra buona metà di vita vissuta. Non ve ne siete mai accorti? La scrittura si nutre di scrittura oltre che di vita. Quasi più dell’una che dell’altra.”
“Balle! I libri sono libri e la vita è la vita. Nei libri è tutto finto. Questo è il bello. La vita vera può essere assai noiosa, mentre le storie dei libri sono ricche di intreccio. Almeno così dovrebbe essere. Uh! Che noia i libri privi di intreccio…” direbbe ancora il mio invisibile interlocutore. Lo potremmo chiamare il lettore frettoloso. Quello, per esempio, che legge solo le prime pagine nelle librerie , che sfoglia distrattamente le pagine dei libri sparsi nelle case degli amici, che osserva subito se la pagina è fitta di scrittura, o se ci sono gli ampi e rasserenanti spazi bianchi dei dialoghi – brevi, per carità, anche quelli!- piuttosto che i blocchi compatti delle descrizioni e delle riflessioni. Questo, comunque, potrebbe essere un argomento da dibattere ampiamente: letteratura e letteratura, letteratura e vita. Un groviglio inestricabile per quanto si vogliano comporre ordinate matasse da moltiplicare in tanti gomitoli. Provare per credere. Prendiamo un libro dai nostri scaffali. Bello però, mi raccomando. Autentico. Magari un classico. Sfogliamolo, leggiamo qualche passo, soprattutto all’inizio. Potremmo provare con Borges, per esempio. Tanto per andare sulle eccelse cime. L’Aleph. Una donna che si chiama Beatriz, morta anzitempo, due amici scrittori che parlano di poesia, uno dei quali invita l’altro – che si chiama Borges, guarda un po’! – a compiere un’esplorazione in cantina per scoprire l’”aleph”- il nucleo misterioso della conoscenza totale del mondo- Buenos Aires sullo sfondo. Non riconosciamo – trasformati, ribassati, riletti in chiave postmoderna – Dante e Virgilio, Beatrice, il viaggio nell’aldilà, la rivelazione ? E allora come la mettiamo con l’autobiografismo? Dante, Petrarca, Boccaccio peccano di autobiografismo? Borges e Kafka e anche Manzoni, con il suo romanzo storico d’invenzione, e tanti, tanti altri? Anche Moccia è autobiografico dato che è convinto di essere un coetaneo di Step. Perdonatemi allora se lo sono anch’io che sono una formica letteraria.
Ma torniamo alla nota biografica. Un bel problema. Ci provo. Mi chiamo Anna Mattei, ma ho scelto di firmarmi Annarosa nei due romanzi che ho scritto fino ad ora, le mie due opere prime, come mi diverto a chiamarle, Una ragazza che è stata mia madre e L’archivio segreto. Ragioni affettive, direi. “Annarosa!” così mi chiamavano mia madre, i miei fratelli, quando ero bambina. Un nome antico e familiare che era poi quello di mia nonna. E allora, poiché l’eco dell’infanzia risuona sempre nella mia memoria immaginativa e nelle mie storie, non potevo che chiamarmi Annarosa. E resto Anna Mattei per tutto il resto, dagli atti ufficiali , alle scritture di altro tipo. Sono nata in montagna, in un paesino abruzzese a pochi chilometri dal capoluogo, L’Aquila, ma sono vissuta fin dalla primissima infanzia a Roma, dove ho fatto tutti i miei studi, compreso un tentativo di asilo dalle suore, fallito miseramente quando minacciai di buttarmi in un pozzo per evitare di mangiare la loro pessima minestra. Piazza Vittorio, a seguire, e i primi anni dell’infanzia. I giardini, i portici umbertini, la chiesa di Sant’Eusebio, i gelati di Fassi, le amichette che abitavano a pochi isolati. Le interminabili vacanze estive nella fattoria di mia zia che era una specie di giardino zoologico. Una vita libera e sicura. Poi l’adolescenza inquieta, il vecchio liceo Albertelli a Santa Maria Maggiore, l’università, la Sapienza naturalmente, dato che di università ce n’era solo una allora. Giovinezza animata da eroici furori, piuttosto compressi dalla timidezza. Passione per la lettura. Quindi la facoltà di Lettere e di male in peggio l’insegnamento delle Lettere come immediata attività lavorativa. Amori giovanili, ma non molti. Uno importante e ben definito in un matrimonio che dura da anni. Storico dell’arte e musicologo, soprattutto umorista. Non c’è che dire come possibilità di dialogo. Un gran rimedio al disagio del vivere, quello dell’umorismo. A un certo punto ci viene sempre da ridere dopo le discussioni e le crisi che attraversano la nostra vita. Ama troppo le donne, per esempio, tanto che potrebbe recitare anche lui l’aria di Leporello e applicarla a se stesso. Ogni volta che scopro una delle sue spasimanti decido di lasciarlo. Ma ogni volta mi rendo conto che è impossibile, sia per me che per lui.
Abito da tempo, insieme a una bella e varia comunità di piante, di umani e di gatti filosofi, in un antico palazzo cittadino, nel cuore di quello che chiamo il “villaggio” storico di Roma, che è, a parer mio, un ombelico del mondo – sono convinta che non ce ne sia uno solo. Ho due figli gemelli , Federico e Tommaso, che amo moltissimo e che hanno una loro vita indipendente. Un caso da studiare, nella attardata situazione italiana in cui lo stato sociale si identifica con la famiglia, dove i figli, anziché andarsene a nidificare altrove, rientrano, magari quarantenni, dopo il solito divorzio. Insegno tuttora, in un liceo romano di antica e morente tradizione. Part time però. Ancora per un po’, per lasciare in modo misurato un mondo che mi appassiona ma che ogni giorno mi delude e mi strazia per lo smisurato stato di abbandono e di degrado. Mi interesso di promozione della lettura non solo tentando quotidianamente di far leggere i miei pochi e distratti studenti, ma anche organizzando “ministeriali” (Ministero per i beni e le attività culturali) iniziative rivolte ad altri giovani, di altre scuole, prevalentemente cittadine. Coltivo, come si è ben capito, una insana passione per la letteratura che studio da molto tempo, illudendomi di carpirne i segreti. Me ne sono occupata da tanti punti di vista. Storico, teorico, critico, soprattutto didattico, a un certo punto, negli anni in cui iniziava la crisi del sapere umanistico (primi anni Novanta, direi), convinta che un certo modo di insegnare letteratura servisse a chiarirne l’importanza e a rafforzarne la trasmissione. Come Anna Mattei ho pubblicato saggi e libri su svariati argomenti, in particolare sul romanzo e sulla poesia del Novecento italiano, pensando sempre a un pubblico di giovani. Ho diretto collane di narrativa per le case editrici Archimede e Le Monnier curando personalmente alcuni dei classici da me più amati (I promessi sposi di Alessandro Manzoni, Il fu Mattia Pascal e i Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Luigi Pirandello, Il processo di Franz Kafka). Ho deciso di passare dall’altra parte della scrittura dopo un trauma, come accade spesso. La morte di mia madre – nucleo affettivo della mia vita – è stata come una seconda nascita che mi ha indotto a rivedere orientamenti e percorsi, come a voler ritrovare il senso perduto di ogni cosa. Allora mi sono lasciata guidare dalla sua voce, da quella delle persone amate – presenti e assenti – e dai libri a me più cari. E tutti sono entrati nella mia scrittura come veri e propri personaggi, sia quelli veri che quelli letterari, sullo stesso piano, in un certo senso. Personaggi di ogni specie e famiglia, minerale, vegetale , animale, secondo una visione olistica del mondo, rivissuto come una popolosa e conflittuale famiglia. Una ragazza che è stata mia madre, pubblicato negli Oscar Mondadori nel 2005, racconta le peripezie e le molteplici identità di una donna del nostro tempo in una sorta di favola surreale, costruita su piani temporali e spaziali diversi. Molti l’hanno definita una storia “autobiografica”, a proposito del tema da cui sono partita nel tracciare queste note. Certamente lo è. Eppure non lo è. Non solo nel senso che ogni vita, nel momento in cui viene raccontata, diventa letteratura e si trasforma in un intreccio ordinato in capitoli e sequenze, proprio come se fosse un romanzo – e la vita non è un romanzo – ma anche perché nella mia storia mancano del tutto i principi narrativi del cosiddetto realismo, dato che compaiono sullo stesso piano il mondo vero e il mondo dei sogni, le emozioni e le voci degli umani, delle piante e degli animali. Per questo, infatti, può accadere che alcuni magici gatti guidino la protagonista attraverso un cespuglio di ortensie verso mondi paralleli in cui ogni cosa si rivela a lei più nitida e vera. La condizione umana attuale – piuttosto disorientata a quanto pare – la natura illusoria e ingannevole della realtà, la sfuggente materia dei sogni, l’innocenza degli animali, sono per me un costante motivo di riflessione morale e di invenzione narrativa anche nel mio secondo romanzo, L’archivio segreto, in libreria dal 22 aprile. Una passeggiata nel cuore di Roma, disseminata di incontri con tanti personaggi , alcuni familiari e altri misteriosi, tra i vicoli , le piazze, i palazzi degli antichi rioni, si trasforma in una inchiesta sulla illusorietà delle nostre scelte e sui meccanismi segreti che muovono le vite di ogni essere, uomo o donna che sia e a qualunque specie appartenga.



